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Misura del risarcimento per infortuni sul lavoro

La condotta incauta del lavoratore non comporta “concorso” di colpa idoneo a ridurre la misura del risarcimento. Questo ogni volta che la violazione di un obbligo di prevenzione da parte del datore di lavoro abbia una peculiarità. Sia cioè tale da essere considerato in possesso di “incidenza esclusiva” rispetto al verificarsi dell’evento dannoso.

La misura del concorso di colpa

E’ questo uno dei principi espressi dalla Corte di cassazione, Sezione Lavoro, con la sentenza 30679/2019 del 25 novembre scorso. La Cassazione, nell’accogliere il ricorso di un lavoratore, ha modificato la sentenza della Corte territoriale. Quest’ultima infatti, aveva invece riconosciuto a danno del lavoratore il concorso di colpa nell’infortunio occorsogli. Aveva infatti quantificato il risarcimento del danno in misura del 35 % del totale, sulla base di un contributo causale del 65 % da parte del lavoratore stesso.

L’evento si era verificato a causa del crollo di una capannone in fase di smontaggio. Benché l’infortunato fosse stato informalmente avvertito dal suo superiore, tramite terza persona, che tale lavoro doveva essere rinviato ad altra data.

La vertenza ha fornito alla Corte di legittimità motivo e occasione per fornire una corretta valutazione sulla rilevanza o meno del concorso di colpa negli infortuni sul lavoro.

La Cassazione sulla misura del concorso di colpa

Una prima ipotesi riguarda i casi di rischio elettivo, inteso come comportamento volontario palesemente abnorme e svincolato da qualsiasi forza maggiore adottato dal lavoratore. In queste circostanze la responsabilità del datore di lavoro è completamente esclusa e non c’è concorso di colpa in alcuna misura.

Può capitare, invece, che concorrano nell’evento comportamenti colposi del lavoratore. In conseguenza di ciò trova applicazione l’articolo 1227 del Codice civile. Ciò determinerà la conseguente diminuzione del risarcimento in base alla gravità della colpa.

Se questo è il contesto di riferimento, spiegano i giudici di legittimità, resta comunque centrale una regola fondamentale del diritto. Tale regola vuole che, una volta trovata una cautela idonea a impedire il rischio di infortunio. Specificamente prevista o deducibile da regole di prudenza, perizia e diligenza richieste dal caso concreto. Nel caso in cui essa rimane non attuata “resta radicata” la responsabilità del datore di lavoro.

Per la Cassazione, del resto, nei rapporti di lavoro, il massimo rilievo da attribuire ai doveri di protezione è chiaro. Questo è conseguenza diretta della sussistenza in capo al garante di poteri unilaterali di direzione e organizzazione.

Se ed in che misura nelle vicende dell’evento che intervengono a determinare l’infortunio emergano quindi, come nel caso in esame, comportamenti incauti del lavoratore. Sempre che questi possano riconnettersi in modo diretto alla inosservanza di doveri informativi (o formativi) del datore di lavoro.

E tali inosservanze consentano di ritenere altamente presumibile che, ove quegli obblighi fossero stati assolti, quel comportamento (incauto) non ci sarebbe stato. Non è possibile comunque addossare al lavoratore una colpa idonea a concorrere con l’inadempimento del datore di lavoro. E tale concorso sia in grado di ridurre la misura del risarcimento dovuto in base all’articolo 1227 del Codice civile.

Le conclusioni della Cassazione

Quanto fin qui detto rappresenta un principio da cui, secondo la Cassazione, si è discostato il giudice di merito nel caso soggetto della sentenza in esame.

Del resto, come sostiene la stessa sentenza, di concorso di colpa nell’illecito non si può mai parlare. Anche se siamo in presenza di un comportamento del lavoratore astrattamente non rispettoso di regole cautelari. A patto però che tale comportamento si collochi nella mancata adozione da parte di datore di lavoro di forme tipiche o atipiche di prevenzione. E che queste avrebbero consentito di impedire con significativa probabilità il verificarsi dell’evento.

Conclusioni

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Articolo tratto da Il Sole 24Ore