classificazione dei rifiuti

Classificazione dei rifiuti: pericolosità ai raggi X

Per la classificazione dei rifiuti arrivano le linee guida operative. Esame di tutte le fasi del processo che ha originato il rifiuto. Analisi delle sostanze che possono aver contaminato il bene originario prima che divenisse tale. Dimostrazione del percorso logico che dai dati acquisiti porta al giudizio finale di classificazione dello scarto.

In tema di classificazione dei rifiuti. Dopo la sentenza della Corte Ue del 28 marzo 2019 e dopo la pronuncia da parte della Corte di cassazione (sentenza n. 42788 del 21.11.2019). Il sistema nazionale per la protezione dell’ambiente composto da Ispra e connesse agenzie territoriali (Snpa) pubblica le linee guida operative su come procedere. Le linee sono state diramate a mezzo del portale web negli ultimi giorni dello scorso anno.

Il contesto normativo

Con sentenza del 28 marzo 2019 la Corte di giustizia Ue ha stabilito i principi per tale classificazione dei rifiuti. Interpretando con valore vincolante per gli stati Ue la normativa comunitaria.

Anzitutto l’obbligo di tener conto di origine, composizione e valori limite di concentrazione di sostanze pericolose contenute. Ancora, l’obbligo, se la composizione non è subito nota, di raccogliere informazioni idonee per acquisire una conoscenza sufficiente del residuo. Utilizzando i metodi di prova previsti da norme Ue e standard europei o mondiali.

E’ possibile ricorrere anche a informazioni su processi chimici e di produzione che hanno generato il residuo. Informazioni su sostanze in ingresso e intermedie. Pareri di esperti. Dati del produttore del bene da cui è derivato il rifiuto.

Ancora, banche dati su analisi di classificazione dei rifiuti. Infine, campionamento e analisi chimiche.

Vi è inoltre l’obbligo tassativo di ricercare le sostanze pericolose che (in base alle metodologie indicate) possono trovarsi. Infine, se all’esito di una valutazione rischi quanto più possibile completa vi sia impossibilità pratica di determinare la presenza di sostanze pericolose o di valutarle. E’ necessario classificare il rifiuto come pericoloso.

Le indicazioni Snpa per la classificazione dei rifiuti

Su tale contesto normativo poggiano le “Linee guida sulla classificazione dei rifiuti” ex delibera 27 novembre 2019 n. 61 del Consiglio nazionale Snpa. In relazione all’approccio per la classificazione.

Le linee guida Snpa precisano in primis un aspetto fondamentale. Cioè come le analisi chimiche consentano talvolta di trovare solo i singoli elementi. O le specie chimiche. Tuttavia non sempre gli specifici composti presenti nei rifiuti.

In questi casi, avvisa l’Snpa, per conoscere la natura dei rifiuti occorre passare dall’esame del processo produttivo o dell’attività che origina il rifiuto.

Nel caso, però, in cui anche all’esito di tali indagini non sia possibile risalire alle tipologie dei composti. Per la classificazione dei rifiuti, si dovrà procedere alla loro classificazione assumendo che le singole specie si trovino nella forma classificata da maggior pericolosità.

Orientandosi quindi verso lo “scenario realistico più sfavorevole” tenendo conto delle sostanze che potrebbero essere presenti nei rifiuti.

Laddove la locuzione “ragionevolmente presenti”. Ricordano le linee guida Snpa. Deve alla luce della pronuncia della Corte Ue essere interpretata come segue. Bisogna ricercare le sostanze pericolose pertinenti ai rifiuti sulla base delle informazioni già note sui residui.

Non può intendersi come obbligo di verificare l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa in general. Bisogna infatti valutare quelle che possono trovarsi nei rifiuti sulla base del processo che li ha generati. Nonché, delle proprietà chimiche e fisiche delle sostanze. Il tutto fermo restando, si legge ancora nelle linee guida, che in caso di impossibilità pratica di classificazione dei rifiuti questi devono essere considerati come pericolosi.

Le indagini sui processi…

In relazione, invece, alle indagini sui processi che hanno generato i residui da classificare. Le linee guida chiariscono la necessità di considerare tutti i diversi stadi di cui sono composti.

Nel caso, infatti, di rifiuti che si formano per effetto di processi a più stadi. Supponendo che ciascuno di quali prevede (per esempio) differenti reazioni che coinvolgono diversi reagenti. La valutazione non potrà limitarsi a considerare solo lo stadio finale dal quale materialmente tali residui si generano.

In modo analogo per i residui prodotti da impianti di trattamento. La valutazione di classificazione dei rifiuti non potrà limitarsi a prendere in esame solo le operazioni che intervengono nella fase di trattamento. Dovrà infatti tener conto anche del contesto degli scarti in entrata.

Il dettaglio della sentenza, Cassazione e Corte di giustizia Ue

Al fine di una corretta classificazione dei rifiuti. Il detentore deve acquisire una conoscenza sufficiente della sua composizione. Dovrà utilizzare metodologie di raccolta informazioni previste da norme Ue. Verificando la presenza delle sostanze pericolose che possono trovarvisi.

Laddove l’esito delle indagini lasci però dubbi, il rifiuto deve sempre essere classificato come pericoloso.

Questi sono, in sintesi, i principi di diritto da osservare nella procedura di classificazione di un residuo di produzione o consumo. Tali principi sono stati accolti dalla Corte di Cassazione con al sentenza 21 novembre 2019 n. 47288. Sentenza, appunto, pronunciata sulla base della spiegazione delle norme comunitarie offerta dalla Corte di Giustizia Ue mesi addietro con sentenza del 28 marzo 2019.

Il contesto processuale

Il giudice nazionale di legittimità. Investito di un caso relativo alla classificazione di rifiuti con “codice a specchio”. Ha ritenuto sussistere un ragionevole dubbio sull’ambito di operatività delle norme Ue da applicarsi.

Aveva quindi nel 2017 sospeso il processo rimettendo gli atti alla Corte di Lussemburgo. La aveva infatti interrogata sulla definizione da dare alle regole di interesse.

Una volta giunta dalla Ue con sentenza del marzo 2019 la risposta ai quesiti formulati dall’Italia si è ripreso il procedimento nazionale. E’ quindi arrivata la sentenza del novembre 2019. Con questa sentenza la Cassazione ha quindi dato conto dei principi di diritto espressi dal giudice comunitario. Vincolanti ai fini della soluzione della controversia interna.

Il contesto normativo

I rifiuti con i cosiddetti “codici a specchio” sono i residui per i quali l’Elenco europeo dei rifiuti (“Eer”, decisione 2000/532/Ce) prevede due potenziali voci di classificazione. Una pericolosa (quella accompagnata da asterisco) e una non pericolosa.

La corretta attribuzione dell’una o dell’altra voce è rimessa al soggetto responsabile della classificazione del rifiuto (il detentore). Egli deve scegliere il codice appropriato all’esito di una valutazione che accerti la pericolosità o meno del residuo in base alle sostanze in esso contenute.

Sotto tale profilo, i rifiuti con codici speculari si distinguono così dalle altre due tipologie di rifiuti previsti dall’Eer. Vi sono infatti da un lato i rifiuti a monte seccamente classificati come non pericolosi e per i quali non sono necessarie ulteriori valutazioni. Dall’altro vi sono poi i rifiuti definiti, invece, come pericolosi (attraverso un unico codice con asterisco). In relazione a questi ultimi occorre procedere direttamente alla ricerca delle specifiche proprietà di pericolo da associarvi (cioè delle diverse categorie “Hp” ex direttiva 2008/98/Ce).

Sebbene dettata in relazione ad una fattispecie vertente sulla classificazione di rifiuti a specchio. La spiegazione delle norme comunitarie offerta dalle Corti assume respiro di carattere generale. Questa interessa infatti le regole cardine del delicato procedimento di classificazione dei rifiuti.

I principi di diritto: la composizione del rifiuto

Punto di partenza. Si evince dalle indicazioni della recente giurisprudenza. E’ l’articolo 7 della direttiva 2008/98/Ce che impone al detentore del rifiuto di conoscere origine e composizione. Ove necessario, inoltre, i valori limite di concentrazione delle eventuali sostanze pericolose contenute.

Qualora la composizione del rifiuto non risulti però subito nota. Come il caso, appunto, dei rifiuti con codici speculari. Occorre raccogliere informazioni idonee al fine di acquisire una conoscenza “sufficiente”.

Raccolta delle informazioni necessarie per la classificazione dei rifiuti

La collezione dei dati relativi alla composizione del rifiuto deve essere condotta secondo metodi specifici.

Le metodologie di prova imposte a livello giuridico sono quelle previste dall’allegato III della direttiva 2008/98/Ce, il quale indica al riguardo:

  • I metodi descritti dal regolamento 440/2008/Ce (relativo alla disciplina delel sostanze chimiche meglio nota come “Reach”).
  • Le pertinenti note del Comitato europeo di normazione (c.d. “Cen”).
  • Altri metodi di prova e linee guida riconosciuti a livello europeo o mondiale.

Alla suddetta metodologia si possono affiancare, secondo le indicazioni dei sommi giudici:

  • Le informazioni su processo chimico o di fabbricazione che genera il rifiuto da classificare.
  • Conoscenza sulle relative sostanze in ingresso e intermedie, inclusi i pareri di esperti.
  • Le informazioni fornite dal produttore originario del bene da cui il rifiuto è derivato (dati rintracciabili nelle schede dati di sicurezza, nelle etichette e nelle schede di prodotto).
  • Banche dati su analisi dei rifiuti disponibili a livello di Stati Ue.
  • Campionamento e analisi chimica.

Le analisi chimiche

Dalle pronunce delle Corti si evince come le analisi chimiche del rifiuto, in particolare, devono:

  • Sempre offrire (al pari del campionamento) garanzie di efficacia.
  • Consentire una conoscenza sufficiente della composizione del residuo al fine di verificare l’eventuale presenza di proprietà pericolose (ex allegato III, direttiva 2008/98/Ce).
  • Comprendere come minimo la ricerca delle “sostanze pericolose che possono a buon senso trovarvisi”. Non essendovi alcun margine di discrezionalità al riguardo. Ciò alla luce del necessario bilanciamento tra tutela dell’ambiente, fattibilità tecnica e praticabilità economica.

Valutazione e classificazione dei rifiuti

All’esito della raccolta delle informazioni sulla composizione del rifiuto, occorre infine procedere alla valutazione della sua (eventuale) pericolosità. Si procede secondo le istruzioni recate dal punto 1 (“Valutazione e classificazione”) della decisione 2000/532/Ce. Ossia, sulla base del calcolo delle concentrazioni di sostanze pericolose indicate dall’allegato III alla direttiva del 2008 o sulla base di prove.

Alla valutazione, lo ricordiamo, deve seguire la attribuzione del corretto codice previsto dalla decisione 2000/532/Ce e, per i pericolosi, la relativa categoria “Hp” ex direttiva 2008/98/Ce.

Qualora, però dopo una valutazione dei rischi “quanto più possibile completa”. Tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie. Ci si trovi nella impossibilità pratica di determinare la presenza di sostanze pericolose o di valutare le proprietà di pericolo che il residuo presenta.

Sempre che ciò non sia dovuto a comportamento del detentore dei rifiuti. In questo caso il rifiuto, precisano la Corte Ue e la Corte di Cassazione nazionale, deve essere classificato come pericoloso.

Concludiamo per ora questo approfondimento sulla classificazione dei rifiuti. Vi invitiamo a leggere anche gli altri articoli del nostro blog in particolare quello legato al recupero rifiuti. Iscriviti alla nostra newsletter sicurezza sul lavoro per restare sempre aggiornato!

Articolo tratto da ItaliaOggi