infortuni gravi

Infortuni gravi, dall’analisi agli obiettivi aziendali

Infortuni gravi ed obiettivi aziendali. Continuiamo la nostra analisi su questo importante aspetto della sicurezza.

La soluzione vista in precedenza quando abbiamo parlato di infortuni sul lavoro. In apparenza equilibrata, coerente e solida. Nasconde un’insidia che ne inficia gravemente la validità.

Come distinguere tra infortuni gravi e non gravi?

Non è possibile, infatti, distingue tra infortuni “gravi” e infortuni “non gravi”. Neppure tra infortuni realmente accaduti e quasi infortuni (near miss) prima che tali eventi si siano verificati.

La distinzione avviene soltanto dopo che tali eventi sono avvenuti, e quindi, gioco forza, troppo tardi ai fini della prevenzione.

Dalla Piramide degli Infortuni (o Piramide di Heinrichh). Infatti un dato è evidente e ormai acquisito dal punto di vista scientifico.

Per ogni infortunio grave vi è una gradualità di eventi via via più numerosi mano a mano che sono meno gravi. Alcuni dei quali (i quasi infortuni). Sono da considerare “sommersi” perché non gestiti dalle autorità pubbliche.

Spesso si descrive questo aspetto con l’espressione “Piramide degli Infortuni”. Ovvero con “Iceberg degli Infortuni”.

Intendendo con quest’ultima metafora il fatto che quando un iceberg è immerso nell’acqua. Ne emerge soltanto un settimo. Mentre il rimanente volume è immerso ma presente.

Il nostro ragionamento circa gli infortuni era partito dalla domanda circa quanto fosse corretto porre come obiettivo zero infortuni oppure zero infortuni gravi.

Risulta ormai accertato dal punto di vista statistico che non è possibile eliminare tutti gli infortuni gravi. Quelli che nessuno può dire di poter accettare. Senza eliminare in egual misura. Cioè azzerare gli infortuni meno gravi e quindi i quasi infortuni sottostanti.

Non si può, per tornare alla fruttuosa metafora dell’iceberg. Pensare di eliminare la parte emersa dell’iceberg. Bensì soltanto ridurne la proporzione riducendo l’intero blocco di ghiaccio.

La punta della parte emersa (infortuni gravi) scomparirà completamente soltanto quando l’intero iceberg sarà sciolto.

Fissare gli obiettivi…

Ne consegue che definire un obiettivo “Infortuni Gravi Zero” di per sé comporta definire l’ obiettivo  “Infortuni Zero”. In altre parole, l’unico sistema per evitare di avere infortuni gravi è evitare di avere infortuni e l’unico sistema per evitare di avere infortuni è evitare di avere mancati infortuni. Si dimostra in questo modo, per via logica, come non sia corretto porsi degli obiettivi quali “Infortuni Gravi Zero” senza porsi come obiettivo “Infortuni Zero”.

Raggiungere “Infortuni Zero” e quindi impresa assai impegnativa, ma non si tratta di un obiettivo non raggiungibile. Molti stabilimenti non hanno infortuni per anni, e sono proprio quelli in cui gli sforzi per ridurre le fonti di rischio sono più intensi.

Si tratta di un paradosso difficilmente risolvibile. In termini di costi marginali. Ridurre gli infortuni gravi e non là dove sono più numerosi. Costa meno che là dove sono poco numerosi.

Bensì è proprio in queste aziende. Già virtuose. Che gli obiettivi si fanno ancora più rigorosi. Mentre là dove gli infortuni sono numerosi sembra più difficile invertire la tendenza.

Tuttavia, per fare il paragone con altri obiettivi, a nessuno può venire in mente di produrre con Zero Energia o con Zero Emissioni o con Zero Materie Prime. Anche i prodotti che vantano “Emissioni Zero” in realtà hanno meccanismi di compensazione (es. nuova forestazione per la CO2 generata dal consumo di risorse necessarie). Le quali annullano gli effetti negativi prodotti durante il ciclo produttivo, ma non li eliminano.

Come inquadrare gli infortuni gravi e non in azienda

Che cosa hanno di differente gli infortuni? È molto semplice. Ogni infortunio è un evento non desiderato.

E’ una deviazione della normalità. Si tratta di una anomalia, Mentre invece non lo sono le materie prime. Nonché l’energia. Ovvero le emissioni che il processo utilizza o genera.

E se un infortunio è una anomalia. Questa può essere prevista e prevenuta. In modo analogo, larga parte dell’industria si è ormai orientata ad una visione Zero Difettosità come obiettivo di lungo termine.

Questa scelta deriva dalla convinzione che ogni difetto è prevenibile e prevedibile.

Se si ha la stessa visione degli infortuni gravi e non (sono tutti prevedibili e quindi prevenibili). Nonché se si ritiene la loro riduzione prossima allo zero un obiettivo strategico. Allora l’obiettivo Zero Infortuni può risultare plausibile. Proprio in relazione alla sua concezione come “non-evento dinamico”.

Inoltre, specie nelle aziende strutturate costituite da gruppi di aziende molto complesse. Come molte società legali in cui la catena di comando e di controllo è per necessità più complessa.

L’approccio Zero Infortuni può nascondere un significato molto profondo. Avere pochi o pochissimi infortuni costituisce un prezioso metro di giudizio per misurare quanto il management di un business group.

Di uno stabilimento o di una sezione aziendale è attento alla gestione e al governo del processo. Non solo dal punto di vista della sicurezza.

Alcuni esempi importanti

Infatti, se si considerano gli infortuni un evento dovuto a più fattori. L’indice di infortuni (quando viene misurato in maniera affidabile) diventa una cartina tornasole di come viene gestito l’intero processo produttivo e industriale.

Infatti eccellenti performance di sicurezza implicano per necessità un ottimo controllo del processo dal punto di vista tecnico. Nonché gestionale.

Mentre elevati livelli di infortuni gravi sono facilmente spia di disagi. Nonché inefficienze o mancanze in almeno uno di questi tre aspetti. Questo non può essere privo di conseguenze nei confronti del business in senso economico. Almeno nel lungo periodo.

Infatti, pur non essendo disponibili ricerche accurate sulla correlazione tra livelli di sicurezza (bassi indici di infortuni) e profittabilità delle aziende sul lungo periodo.

Appare comunque intuitivo che soltanto aziende che possiedono un’eccellente livello di standard tecnici/organizzativi/procedurali possono ambire a raggiungere risultati eccellenti dal punto di vista della sicurezza.

La ricerca della sicurezza

Tornando ad analizzare la impossibilità di raggiungere il Rischio Zero, Enrico Grassani sviluppa la metafora della ricerca della sicurezza come analoga alla ricerca della felicità.

Egli infatti scrive:

La sicurezza in assoluto non esiste, è una utopia. Si possono verificare situazioni di totale abbattimento del rischio solo in ambito ristretto, quale può essere un determinato posto di lavoro. E anche qui il rischio zero deve basarsi su condizioni di cui non si può essere certi in quanto a stabilità.

Ciò non di meno, sicurezza e rischio zero sono condizioni a cui è possibile tendere, anzi è necessario tendervi, in un’ottica prevenzionale corretta. (…) Può essere utile assimilare la sicurezza alla felicità.

Cioè a qualcosa che anch’essa è non raggiungibile in senso assoluto. Ma verso cui ogni uomo (…) si sente portato e tenta di conquistare, (…), accontentandosi in realtà di porzioni limitate di felicità e per periodi transitori. (…) Di entrambe ci si accorge al momento in cui vengono meno, perché non si è soliti apprezzarne la presenza”.