piramide degli infortuni

Piramide degli infortuni e sicurezza sul lavoro

Continuiamo ad approfondire il concetto di piramide degli infortuni visto in precedenza. L’obiettivo è sempre quello di per capire coma sia possibile gestire in modo adeguato la sicurezza in azienda.

La Piramide degli Infortuni (o Piramide di Heinrich)

A chiarire in modo definitivo la prospettiva esposta. Ovvero l’utilità di affrontare tutti gli incidenti e non soltanto gli infortuni. Ovvero addirittura solo gli infortuni gravi.

E’ stata la comunità scientifica che per un lungo tempo ha svolto indagini statistiche sulla distribuzione degli infortuni in classi di “gravità”.

Pioniere fu H.W. Heinrich a partire dagli anni Trenta del XX secolo. Il quale realizzò il modello della c.d. piramide degli infortuni. Le cui ricerche sono continuate fino a quelle più recenti di Bird.

E’ interessante notare come Heinrich lavorasse all’interno di un istituto di assicurazione contro gli infortuni. Quindi fosse interessato ad indagare il fenomeno degli infortuni con occhi diversi.

Era cioè spinto dall’esigenza di ottimizzare le prestazioni assicurative limitando il danno.

Cioè egli rappresentava un elemento estraneo alla dicotomia imprenditore – lavoratore cui appartengono gran parte di coloro che si occupano della materia. Questo indubbiamente gli ha permesso di avere una visione di partenza diversa. Cioè più interessata a trovare le cause degli incidenti. Piuttosto che eventuali “colpevoli”.

Gli studi di Heinrich

La ricerca di Heinrich. Pubblicata nel 1931 e relativa ad un campione di 1.500 aziende. Ha reso evidente il fatto che esiste una correlazione statistica tra gli infortuni gravi e meno gravi.

Per ciascun infortunio grave. Cioè incidenti fatali o con gravi conseguenze permanenti. Ce ne sarebbero 29 meno gravi. Cioè con danni reversibili.

Addirittura ci sarebbero ben 300 mancati incidenti (near miss). Questa proporzione costituisce la cosiddetta Piramide degli Infortuni o Piramide di Heinrich.

Prendendo i dati in seguito elaborati da Bird (partendo da analisi basate sui resoconti della Lukes Steel Co. durante 7 anni e per circa 90.000 casi di incidenti con o senza danni alle persone), il rapporto elaborato è leggermente differente, per ciascun infortunio greve ne accadono 100 con danni reversibili e ben 500 incidenti.

Ovviamente tali statistiche risentono in maniera importante dei criteri di definizione delle varie categorie di infortunio. Cioè delle classi.

Ancora di più inoltre dei criteri di raccolta dei dati. Questi infatti risultano più affidabili al crescere dei danni. Perchè i dati sono raccolti sia per motivi assicurativi che per motivi legali.

Invece risultano scarsamente affidabili quelli relativi ai quasi incidenti (near miss). Ciò perché i dati sono raccolti principalmente in base alla buona volontà delle aziende. Quindi risultano molto influenzabili dal contesto.

La conclusione degli studi e la piramide degli infortuni

In conclusione possiamo considerare ormai scientificamente acquisito il fatto che, per ogni infortunio grave vi è una gradualità di eventi via via più numerosi mano a mano che sono meno gravi, alcuni dei quali (i quasi incidenti) sono da considerare “sommersi” perché non contabilizzati dalle autorità pubbliche e raramente persino dalle organizzazioni stesse.

Il concetto della piramide degli infortuni viene talvolta rappresentato con la metafora, dell’iceberg. Come in questo caso. La parte dell’iceberg emersa è pari a circa un settimo del volume.

Cioè gli infortuni accaduti sono solo una parte del fenomeno. La parte maggiore. I sei settimi del volume.

Resta sommersa, sotto la soglia di visibilità. Si tratta cioè di tutti gli infortuni risolti con una semplice medicazione. Ovvero dei mancati infortuni.

Inoltre, la metafora conferma l’assunto iniziale. Se si vuole eliminare la punta dell’iceberg. Cioè gli infortuni gravi.

E’ necessario ridurre gradualmente l’intero volume di ghiaccio. Principalmente costituito da piccoli infortuni o addirittura da near miss.

In conseguenza di ciò, occorre lavorare sulla base della piramide, eliminando tutti i mancati infortuni. Così si elimineranno anche futuri infortuni (inclusi anche gli incidenti gravi).

Le difficoltà nel promuovere questo procedimento

Tuttavia, la difficoltà nel promuovere questo tipo di ragionamento che si basa sulla piramide degli infortuni è evidente.

Sta nel fatto che non è facile trovare un nesso chiaro tra le singole azioni. Cioè rimuovere le cause di mancati infortuni. Con i singoli effetti. Cioè lo specifico infortunio evitato.

Se non su base statistica. Ciò però implica grandi basi di calcolo. Nonché lunghi periodi di tempo. Il tutto per poter eliminare le oscillazioni dovute alla semplice variazione casuale.

Infatti, non solo la parte emersa dell’iceberg. Cioè gli infortuni avvenuti. E’ sempre enormemente più evidente di quella sommersa. Bensì gli infortuni o mancati infortuni evitati, sono per definizione quasi invisibili.

Questa criticità inoltre è particolarmente accentuata nelle aziende dove la misura dell’efficacia delle azioni spesso si misura su periodi di tempo molto brevi. Ad esempio trimestri o anni fiscali.

Quindi gli indicatori rimangono esposti alle oscillazioni dovute ad eventi fortuiti non sempre riconducibili alla sequenza azione/reazione delle misure di prevenzione.

Un passo avanti

Si noti che l’approccio dato dalla piramide degli infortuni costituisce una grande evoluzione per l’epoca. Infatti al tempo vi era l’approccio comando e controllo tipico della normativa italiana degli anni ’50.

Tuttora validissimo. Però questo basa la propria strategia di prevenzione semplicemente su una casistica chiusa di modalità standard di prevenzione. Per lo più tecniche. Auspicandone l’applicazione totale e sistematica.

Inoltre essa costituisce indubbiamente un passo avanti rispetto alla prevenzione “reattiva”, come mera conseguenza di infortuni avvenuti. In aggiunta a ciò, il concetto di iceberg chiarisce l’affermazione secondo la quale non deve essere la conseguenza a misurare il grado di negligenza.

Ogni singolo incidente deve essere valutato non tanto per le conseguenze effettive. Che nel caso di un near miss sono sostanzialmente assenti.

Quanto piuttosto per il grado di predittività di futuri eventi. Anche negativi o seriamente negativi.

Proprio questo è il cuore del ragionamento che sta alla base della piramide degli infortuni. L’analisi degli eventi infortunistici e incidentali non deve limitarsi a verificarne la distribuzione per classi di serietà delle conseguenze.

Per essere efficace l’analisi deve cercare di entrare nel meccanismo che li genera. Entrando o cercando di entrare nella scatola nera citata da J.M. Faverge in precedenza.

Conclusioni

Abbiamo dunque visto come il modello dato dalla piramide degli infortuni sia uno strumento molto interessante per gestire la sicurezza sul lavoro in azienda. Tuttavia, per poter essere attuato, è necessario comprendere bene l’importanza di lavorare sulla base della piramide. Questo significa anche andare a lavorare sui comportamenti insicuri tante vole messi in atto, in totale buona fede, dai lavoratori stessi.