polveri sottili

Polveri sottili: accelerano la diffusione del Covid-19?

La presenza di polveri sottili e la conseguente qualità dell’aria avrebbero un legame con la diffusione del coronavirus. A metterlo nero su bianco è un position paper pubblicato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e dalle università di Bologna e di Bari.

L’analisi sottolinea come vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (PM10 e PM2,5). È noto infatti che il particolato atmosferico funziona da “carrier”, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus.

Il gruppo di ricercatori coinvolti nella ricerca. Esperti Sima, con le Università di Bari e di Bologna. Ha esaminato i dati pubblicati sui siti delle Arpa.

Cioè le Agenzie regionali per la protezione ambientale. Parliamo di dati relativi a tutte le stazioni di rilevamento attive sul territorio nazionale. Si è registrato il numero di episodi di superamento dei limiti di legge (50 microg/m3 di concentrazione media giornaliera) nelle varie province italiane.

Le polveri sottili fungono da vettore dei contaminanti, virus inclusi

Questi ultimi, infatti, si “attaccano” al particolato. Costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane.

Possono così diffondersi ed essere trasportati anche per lunghe distanze. In questo modo i virus possono “viaggiare”, in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni.

La pericolosità dei virus nel particolato atmosferico dipende dalle condizioni ambientali. Mentre un aumento delle temperature e di radiazione solare influisce in modo positivo, un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso di diffusione.

I ricercatori citano in particolare uno studio condotto a Taiwan nel 2010. Secondo questo studio “l’influenza aviaria può essere veicolata per lunghe distanze attraverso tempeste asiatiche di polveri che trasportano il virus”.

Ciò con “una correlazione di tipo esponenziale” tra le quantità di casi di infezione e le concentrazioni di polveri sottili.

Nel 2016, un’analisi di un’università cinese, ha confermato l’esistenza di un rapporto “tra la diffusione del virus respiratorio sinciziale umano (RSV) nei bambini e le concentrazioni di particolato”.

Un anno più tardi, uno studio di un gruppo di ricercatori di Cina, Australia e Finlandia ha confermato questo legame.

Cioè che “il numero di casi di morbillo in 21 città cinesi nel periodo 2013-2014 è variato in relazione alle concentrazioni di PM2.5″.

Parliamo dunque di polveri estremamente sottili in grado di compromettere le vie respiratorie e raggiungere gli alveoli polmonari.

I ricercatori hanno dimostrato in particolare che “un aumento di PM2.5 pari a 10 μg/m3 incide molto sull’incremento del numero di casi di virus del morbillo”. Infine, nel 2020, un’altra analisi di scienziati cinesi è giunta alle stesse conclusioni.

La possibile relazione tra picchi di polveri sottili e picchi dell’epidemia

Per quanto riguarda più in dettaglio il coronavirus. La SIMA e le università di Bari e di Bologna hanno analizzato i dati relativi alle polveri sottili (PM10). Tenendo conto delle giornate di superamento dei limiti di legge. Nonché quelli di diffusione della malattia nelle province italiane.

Si evidenzia – scrivono i ricercatori – una relazione tra i superamenti dei limiti registrati nel periodo 10-29 febbraio. Con il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 marzo. Ciò considerando un ritardo temporale intermedio di 14 giorni, pari al tempo di incubazione del virus fino agli effetti dell’infezione contratta.

Il caso della provincia di Brescia

Secondo gli studiosi, la relazione tra i casi di COVID-19 e PM10 suggerisce una interessante riflessione.

Riflessione che riguarda il fatto che la concentrazione dei maggiori focolai si è registrata proprio in Pianura Padana. Invece sono minori i casi di infezione registrati finora in altre zone d’Italia.

Le curve di espansione dell’infezione nelle regioni presentano andamenti perfettamente compatibili con i modelli epidemici. Tipici di una trasmissione da persona a persona. Per quanto riguarda le regioni del sud Italia.

Invece mostrano picchi anomali proprio per quelle ubicate in Pianura Padana in cui i focolai risultano molto virulenti. E lasciano ipotizzare una diffusione mediata da “carrier”, ovvero da un veicolante.

Lo studio propone in particolare un grafico relativo alla provincia di Brescia. Dal quale sembra evidente la correlazione tra i picchi di diffusione del coronavirus e le giornate con alte concentrazioni di polveri sottili.

Un monito per una rinascita sostenibile

«A questo proposito è emblematico il caso di Roma in cui la presenza di contagi era già manifesta negli stessi giorni delle regioni padane. Senza però innescare un fenomeno così virulento», aggiunge lo studio. Che conclude la propria analisi suggerendo di introdurre misure restrittive di contenimento degli inquinanti.

“L’impatto dell’uomo sull’ambiente sta producendo ricadute sanitarie a tutti i livelli”. Commenta Alessandro Miani, presidente della Societa’ Italiana di Medicina Ambientale (SIMA).

Questa dura prova che stiamo affrontando a livello globale deve essere di monito per una futura rinascita in chiave realmente sostenibile. Per il bene dell’umanità e del pianeta.

In attesa del consolidarsi di evidenze a favore dell’ipotesi presentata. In ogni caso la concentrazione di polveri sottili potrebbe essere considerata un possibile indicatore o “marker” indiretto della virulenza dell’epidemia da Covid19.

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