sindacati italiani

I sindacati italiani e la risposta all’ultimo Dpcm

I sindacati italiani chiedono un confronto con il premier dopo il decreto cura Italia e l’ultimo Dpcm del 22 marzo 2020. Le organizzazioni sindacali ribadiscono l’importanza di garantire la tutela dei diritti dei lavoratori a livello nazionale.

La firma del Dpcm 22 marzo 2020

Nella giornata di domenica, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato il Dpcm con il quale si impone una stretta sulle attività non essenziali su tutto il territorio nazionale. Si è arrivati alla firma dopo aver sentito i sindacati italiani ed anche confindustria.

La validità dei Dpcm e delle ordinanze emanate finora viene uniformata al 3 aprile. Le imprese le cui attività non sono sospese dovranno rispettare i contenuti del protocollo condiviso delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del coronavirus negli ambienti di lavoro sottoscritto il 14 marzo 2020 fra il Governo e le parti sociali. Ottanta le voci nell’elenco delle attività che continueranno a rimanere aperte. 

Il Dpcm contiene alcune conferme. Resta ferma la sospensione del servizio di apertura al pubblico di musei e altri istituti e luoghi della cultura. Nonché dei beni che riguardano l’istruzione ove non erogati a distanza o in modalità da remoto nei limiti attualmente consentiti.

Inoltre è fatto divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati dal comune in cui attualmente si trovano. Salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute.

La posizione di confindustria e dei sindacati italiani

Con una lettera di due pagine, firmata da Vincenzo Boccia. Il presidente di Confindustria. Aveva scritto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

In contrasto a quanto richiesto da vari sindacati italiani. Si chiedeva di tenere conto di alcuni punti molto importanti nella stesura del Dpcm 22/03/2020, il nuovo decreto che di fatto ha sancito la “serrata d’Italia”. Cioè la chiusura di tutte le attività produttive non essenziali fino al 3 aprile.

I punti della lettera di Confindustria

Attività funzionali: si chiede una “disposizione di carattere generale che consenta la prosecuzione di attività non espressamente incluse nella lista e che siano però funzionali alla continuità di quelle ritenute essenziali”.

Chiusure impossibili e attività strategiche: si chiede poi una norma che consenta la prosecuzione di quelle attività che non possono essere interrotte per ragioni tecniche. Ad esempio quelle riguardanti gli impianti a ciclo continuo e a rischio incidente.

Il rischio è un “pregiudizio alla funzionalità degli impianti”. Chiudere ora per non riaprire più. Si chiede anche “la continuità delle attività strategiche per la produzione nazionale”: strategiche, non solo essenziali.

Dichiarazione: si suggerisce, con possibile potenziale discussione con i vari sindacati italiani, al governo di concedere alle imprese di auto certificare “l’esigenza di prosecuzione” da parte di quelle attività che non possono essere interrotte. Si suggerisce di operare tramite procedura molto semplificata. La quale faccia leva su una attestazione del richiedente e su meccanismi di controllo ex post da parte delle autorità competenti.

Manutenzione e viglianza: si chiede di “far salva” tutta la manutenzione finalizzata a mantenere in efficienza macchinari e impianti. Così da non pregiudicare la capacità degli stessi di poter essere riattivati alla ripresa delle attività. E così pure la vigilanza “di attività e strutture oggetto del blocco”.

Ulteriori punti da valutare

Nella lettera si chiede inoltre di valutare anche i seguenti aspetti:

Forniture e ordini in corso: si chiede infine di garantire i tempi tecnici necessari dall’entrata in vigore del provvedimento a concludere le lavorazioni in corso. Ricevere materiali e ordinativi già in viaggio. Nonché consegnare quanto già prodotto e destinato ai clienti.

Codici Ateco: il governo poi viene invitato a non limitarsi al ricorso dei codici Ateco per trovare quali attività fermare e quali no. Perché questo codice “ben si addice alle attività commerciali, non si presta invece in modo efficace alle attività industriali”.

Decreto attuativo: ecco quindi il suggerimento a prevedere la possibilità – con successivo decreto ministeriale al dpcm “o con altra modalità snella” – di “ampliare o precisare i codici esclusi dal blocco”. 

Scarsa liquidità e volatilità in Borsa: le imprese già oggi sono a corto di liquidità. Sarà determinante sciogliere subito il nodo del credito per evitare che questa situazione produca conseguenze gravissime per le imprese. Nonché il fatto che gli imprenditori perdano la speranza nella futura prosecuzione dell’attività.

Si legge in chiusura della missiva. Occorre poi preservare l’operatività delle imprese che fanno parte delle filiere extra nazionali. E anche “valutare i necessari provvedimenti per evitare impatti negativi sulle nostre società quotate in Borsa”.

La posizione dei sindacati italiani

“A differenza di quanto indicato ieri dal Governo alle parti sociali e al Paese, in queste ore sembrerebbe avanzare l’ipotesi che, nel decreto in discussione, l’Esecutivo intenda aggiungere all’elenco dei settori e delle attività da considerare essenziali nelle prossime due settimane per contenere e combattere il virus Covid-19, attività produttive di ogni genere”. Lo affermano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo.

Se tali notizie fossero confermate – aggiungono i leader dei tre sindacati italiani Cgil, Cisl e Uil – a difesa della salute dei lavoratori e di tutti i cittadini. Sono pronte a proclamare in tutte le categorie d’impresa che non svolgono attività essenziali lo stato di mobilitazione e la conseguente richiesta del ricorso alla cassa integrazione. Fino ad arrivare allo sciopero generale.

Dopo una giornata di vibranti proteste da parte dei sindacati contro le maglie troppo larghe del decreto “Chiudi Italia” varato domenica scorsa dal governo. Nonché dopo gli allarmi sulla tenuta economica del Paese lanciati da Confindustria e altre associazioni di imprese. Ieri i leader di Cgil, Cisl e Uil – Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo – sono tornati a riunirsi in video – conferenza con i ministri Stefano Patuanelli (Sviluppo) e Roberto Gualtieri (Economia).

La riunione è stata chiesta dagli stessi sindacati. Le aspettative sono appunto quelle di una revisione della lista che consente a 80 categorie produttive di restare aperte. L’imperativo adesso è evitare il muro contro muro, cercare di non spezzare il filo del dialogo tra le parti sociali.

Da questo punto di vista, la giornata di ieri non è stata facile. I sindacati italiani da subito hanno avvertito che l’elenco degli 80 codici di attività consentite era troppo vasto. Andava ben oltre gli accordi con il governo sul mantenimento delle sole attività necessarie ed essenziali alla collettività.

Conclusioni

La discussione è principalmente per il mondo del lavoro in relazione alle attività rimaste aperte. Il datore di lavoro, anche per evitare controversie di lavoro. Oltre chiaramente e in via prioritaria, per garantire adeguate condizioni di sicurezza adeguate deve comunque rispettare quanto indicato nel protocollo dello scorso 14 marzo.